Disturbi DIS: cosa sono e perché non se ne parla abbastanza

disturbi dis cosa sono e perchè non se ne parla abbastanza

Disturbi DIS: cosa sono e perché non se ne parla abbastanza


Oggi si viene immediatamente catalogati verso qualche classificazione: “Sarà dislessico?, forse disgrafico?, chissà se sarà mica disortografico o magari discalculico?

Qualche “DIS” si cuce addosso e inizia il purgatorio verso l’attestazione. Uno studente, una persona non è un disgrafico, dislessico o discalculico, egli ha un nome proprio, è un individuo con una sua storia, una propria evoluzione e con delle proprie criticità, ma anche tante potenzialità che devono solo essere conosciute, sviluppate e considerate preziose risorse a cui fare affidamento per poter supportare il processo evolutivo presente in ciascuno.

Cosa si intende per disturbi DIS?

 

Complici i media e la lieve consapevolezza che sembra aver appena iniziato a prendere piede nelle istituzioni, negli ultimi anni la sensibilità nei confronti dei temi legati ai deficit dell’apprendimento sembra essere maggiore. Tuttavia, la reale conoscenza di tali disturbi è ancora molto superficiale e la visibilità a loro dedicata non è affatto sufficiente. Tali lacune, infatti, non si manifestano solo nella fase della categorizzazione e della diagnosi dei vari disturbi, che già nella teoria corrispondono a passaggi cruciali e ben più complessi di quanto si possa immaginare, ma sopraggiungono anche nella fase in cui questi ultimi dovrebbero essere gestiti nella pratica, partendo dall’infanzia all’adolescenza, fino ad estendersi nella vita adulta e professionale. Senza dimenticare il costante sentimento di vergogna e di reticenza che aleggia intorno a tali temi, di cui difficilmente i soggetti neuro-divergenti riescono a sbarazzarsi.

cosa si intende per disturbi dis

L’evoluzione della medicina, della diagnostica per immagini e dei test in grado di individuare i disturbi neurologici hanno permesso di identificare più facilmente gli individui che sono affetti da deficit, senza però dare modo di scavare più a fondo nelle molteplici sfaccettature che caratterizzano i vari disturbi. Ma soprattutto senza fornire agli individui che ne sono affetti delle vere e proprie risorse per affrontarli nel corso della vita quotidiana. Basti pensare che molto spesso non si sa nemmeno quale termine usare per definire determinati disturbi.

In Francia, ad esempio, la Fédération Francaise des Dys (FFDys) ha coniato il termine ombrello “Troubles dys” (ovvero disturbi dis), che raggruppa tutti i disturbi cognitivi specifici e i conseguenti disturbi di apprendimento che si manifestano durante la fase di sviluppo di un individuo, ovvero durante le prime fasi di apprendimento. È importante sottolineare che in Italia il termine più adatto per parlare di Troubles dys sia l’acronimo BES, ovvero Bisogni Educativi Speciali. Si potrebbe infatti pensare, a torto, che l’equivalente del concetto espresso in francese grazie al prefisso dys‒ in italiano dis (usato in gergo medico per indicare un’alterazione, una malformazione o un’anomalia, dal greco) sia l’acronimo DSA, ovvero Disturbi Specifici dell’Apprendimento.

In realtà, tale categorizzazione potrebbe risultare errata, poiché escluderebbe diverse categorie, come le disabilità motorie e cognitive o i disturbi legati a fattori socioeconomici, linguistici e culturali.  L’acronimo BES, invece, permette di raggruppare sia questi ultimi, sia i DSA, ed è proprio per motivi di efficacia e di inclusività che, durante la stesura del presente articolo, ho deciso di adottare il termine ombrello disturbi dis, seguendo il modello francese, anche perché più adatto per gli individui in età adulta.

Quali sono i disturbi più diffusi

 

Vediamoli ora nel dettaglio.

Benché la dislessia (disturbo durevole dell’apprendimento e dell’automatizzazione del linguaggio scritto, ovvero della lettura, che si divide in diversi tipi: dislessia di superficie, dislessia fonologica e dislessia visiva e dell’attenzione) sia chiaramente il disturbo maggiormente mediatizzato e conosciuto, non è che la punta dell’iceberg.

Infatti, per ordine di diffusione, vi sono anche i disturbi seguenti:

  • La disgrafia: Disturbo dell’acquisizione del gesto grafico. Difficoltà della resa visiva, della rapidità della scrittura e della qualità stessa della traccia scritta, che si tratti di lettere o figure geometriche, nonché dell’estrema difficoltà della localizzazione del segno scritto sulla pagina.

 

  • La disortografia: Disturbo dell’apprendimento e dell’automatizzazione delle regole ortografiche di natura fonologica o linguistica. Può essere legato ad un disturbo oculomotore, soprattutto se si riscontrano delle difficoltà nella percezione dei movimenti (disprassia visuo-spaziale), dei disturbi visivi a livello dei movimenti saccadici e oculari che impediscono di fissare un punto preciso.

 

  • La discalculia: Disturbo nell’apprendimento delle competenze numeriche, pessima comprensione dei numeri. L’individuo riscontra dunque significative difficoltà nell’utilizzo del numero, per esempio nei calcoli semplici o nella lettura dell’ora. Anche da adulto, questo disturbo ha un forte impatto nella sua vita quotidiana: incapacità di misurare, quantificare, calcolare le spese, gli orari e quant’altro.

 

  • La disprassia: Incapacità nell’automatizzare un gesto. Deficit durevole con diverse sottocategorie, la cui più comune è la disprassia visuo-spaziale che va ad impattare direttamente la lettura e la scrittura (anche DCD: Disturbo dello Sviluppo della Coordinazione).

 

  • La disfasia: Disturbo cognitivo specifico dell’apprendimento e dello sviluppo del linguaggio orale. Vi sono diversi tipi: la disfasia recettiva, espressiva, mista, semantica pragmatica, che portano a difficoltà fonologiche, lessicali, sintattiche e a ciò che viene comunemente descritto dai logopedisti come decodifica del linguaggio ricevuto.

 

  • La sindrome disesecutiva: Essa va spesso di pari passo con l’ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività). Le funzioni esecutive sono funzioni mentali che permettono il successo dell’individuo: il controllo degli impulsi (troppo o troppo poco), la capacità di ricordarsi ciò che si è appena visto, il controllo dell’attenzione e della concentrazione.

 

quali sono i disturbi più diffusi

 

Senza dimenticare altri disturbi dis che, per definizione, non rientrano nei DSA precedentemente citati, come per esempio:

  • il Deficit del linguaggio: Deficit della comprensione e/o della produzione del linguaggio legati ad una riduzione del lessico, strutturazione scarsa o assente della frase, incapacità di utilizzare regole sintattiche e morfologiche e ridotta capacità di utilizzare le parole organizzandole in frasi di senso compiuto e legarle tra loro.

 

  • ADHD: Disturbo del neuro sviluppo caratterizzato da tre tipi di sintomi che possono presentarsi da soli o combinati: difficoltà dell’attenzione e concentrazione, sintomi di iperattività e di ipercinesia e problemi di gestione dell’impulsività.

 

  • Spettro Autistico Lieve (Asperger): Il cervello e i cinque sensi degli individui ricevono correttamente le informazioni, ma una mancanza di analisi impedisce loro di elaborare questi dati causando una percezione confusa della vita e dell’ambiente che li circonda.

 

  • Disturbo Borderline: Disturbo caratterizzato da uno schema pervasivo di instabilità che impatta sia i rapporti interpersonali, l’immagine di sé, l’umore e il comportamento, implicando ipersensibilità ad eventuali rifiuti o abbandoni.

 

  • Disturbi d’ansia: diverse forme di paura e di ansie anormali o patologiche che portano a disturbi psichici spesso accompagnati da manifestazioni psicosomatiche.

 

L’importanza di una diagnosi tempestiva

 

Parte di questi disturbi si manifesta durante l’apprendimento precoce, ovvero prima di ricevere un’istruzione scolastica, come i gesti e il linguaggio. Al contrario, altri disturbi possono essere individuati solo nel momento in cui il bambino intraprende un percorso scolastico e si confronta con calcoli o linguaggio scritto.

Per quanto riguarda in particolare il ramo dei DSA, è anche molto frequente che un bambino sia affetto da diversi disturbi al contempo, ed in questo caso si parla di comorbidità.

Gran parte di questi disturbi sono innati, ma altri possono essere causati da traumi cranici o psicologici. Le statistiche sono piuttosto vaghe da un punto di vista scientifico perché gli studi effettuati non si basano quasi mai sugli stessi parametri (grado, gravità ecc.). In Italia, ad esempio, si parla di circa 4,9%, una percentuale che secondo il sito Didattica Inclusiva di Loescher Editore sembra aumentare ogni anno di 4 studenti su 1.000. Circa un milione di persone sarebbe in condizioni di BES in Italia e anche secondo il MIUR questi numeri sono in costante crescita: basti osservare che tra gli anni scolastici 2010/11 e 2011/12 le certificazioni sono aumentate del 37%.

limportanza di una diagnosi tempestivaTali aumenti di statistiche ci porterebbero anche a chiederci come mai in questi ultimi anni ci sia stato un aumento così forte delle certificazioni per classe. Ciò non dipende certo da un aumento dei casi, bensì dalla percezione medica di tali disturbi nonché dalla loro legittimazione e dalla classificazione internazionale. In effetti, per troppo tempo, nonostante ci siano stati studi molto precoci sulla dislessia (nel 1891 con l’area di Broca e quella di Wernicke) tali disturbi sono stati considerati come causati da una mancanza di voglia, di concentrazione o, peggio ancora, di intelligenza.

Solo recentemente gli scienziati sono riusciti a comprendere e inquadrare meglio i meccanismi associati a questi disturbi, riuscendo ad assegnare un’area cerebrale ad ogni funzione e ai deficit associati alla comunicazione neuronale che avviene tra aree troppo distanti tra loro, giustificando la presenza di certi disturbi.

Purtroppo però i pregiudizi persistono e molto spesso portano gli individui affetti da questi disturbi a nascondere le loro difficoltà, affaticandosi troppo rispetto alle loro capacità neurologiche per compensare i propri disturbi pur di non essere obbligati a spiegarli a scuola, o sul posto di lavoro. Il che è, senza grandi sorprese, del tutto controproducente.

Va ricordato che le ripercussioni non si verificano solo nell’ambito dell’apprendimento e dello studio, ma anche in ogni ambito della vita quotidiana. E di conseguenza, la percezione dei propri deficit può avere un impatto notevole sull’autostima dell’individuo, influenzando negativamente la sua integrazione e le sue interazioni sociali, fino a causare degli squilibri psicoaffettivi più o meno gravi che peggiorano durante la crescita.

Proprio per questo, è fondamentale tentare di individuare e far diagnosticare i disturbi tempestivamente per poter intervenire al più presto in modo che la mole e l’organizzazione dei compiti scolastici non diventino troppo pesanti per i bambini, ma soprattutto che questi ultimi imparino a mettere in atto strategie di compensazioni efficaci, ovvero strategie di memorizzazione e di apprendimento “diverse” dallo standard  che potranno essere d’aiuto durante tutta la loro vita, scolastica, privata e professionale. Infatti, l’aspetto non trascurabile, su cui vorrei soffermarmi in questo articolo, è che codesti disturbi persistono durante tutta la vita e sfortunatamente non vengono sempre diagnosticati durante la fase di apprendimento.

Ciò può portare a gravi ripercussioni nel percorso scolastico del bambino, nell’apprendimento e nella socializzazione durante l’adolescenza e perfino influire negativamente sulla sfera professionale una volta raggiunta l’età adulta.

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Ciao sono Pauline Surgo, una ragazza italo-francese laureata in interpretariato e traduzione. Sono affascinata da tutto ciò che non rientra nei canoni e negli standard nonché alla costante ricerca di metodi alternativi per superare ogni tipo di difficoltà e mettere in luce i temi che mi più stanno a cuore.

 


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